Ravel, o la leggerezza

Articolo di Mauro Masiero

Ravel, o la leggerezza

« […] contemplare il proprio dramma
come dal di fuori e dissolverlo in malinconia e ironia»
Italo Calvino, Lezioni americane, Leggerezza

Nel 1917 Maurice Ravel ha quarantadue anni. Solo allora riesce a portare a termine Le tombeau de Couperin, iniziato quando ne aveva 39. Gli ultimi due anni li ha trascorsi al fronte. Ci tiene a combattere per la Francia: vuol entrare in aviazione, ma – per età e corporatura – deve accontentarsi di fare il camionista. Questo gli impedisce di comporre, ma non è la cosa peggiore che gli succede. Quei due anni sono un susseguirsi di lutti, a cominciare da quello per la madre, che lo precipita nelle fauci della depressione.
In quelle maledette trincee, inoltre, perde alcuni cari amici: sei, per l’esattezza spietata dei numeri. Nel ’14 Ravel voleva scrivere una suite francese, vagheggiare nel Settecento color pastello tra quei generi strumentali antidiluviani (prelude, fugue e toccata) e quei movimenti di danza (forlane, ménuet, rigaudon) su cui nessuno avrebbe più saputo muovere un passo. Voleva evocare una galanteria immaginaria, tanto appetibile per la Belle époque e per la sua nostalgia di un rassicurante passato di cartapesta. Quel mondo però viene spazzato via dal conflitto mondiale e dall’epidemia di spagnola che segue. Alla fine della sua guerra la suite Le tombeau de Couperin diventa un’elegia, i suoi sei movimenti altrettanti epitaffi in musica per i suoi amici. La leggerezza trasognata dei brani rimane e si trasfigura nel ricordo malinconico di epoche felici: il Settecento immaginato e la vita prima della crisi, quasi per definizione bella. La storia, violenta e brutale, con il filtro dell’arte si fa memoria.

Il pianista Paul Wittgenstein, invece, in guerra ci entra subito, nell’esercito di Francesco Giuseppe, ricco di popoli e di lingue. In un’operazione contro i russi si prende una pallottola al braccio destro, viene catturato e, prigioniero in Siberia, l’arto gli viene amputato. Durante gli anni di prigionia decide che, al termine della cattività e della guerra, avrebbe continuato nonostante tutto a fare il pianista.
Torna alla vita civile, studia, si ricostruisce una tecnica pianistica, commissiona e arrangia brani per suonarli con la sola mano sinistra, in barba alla parentesi di orrore che ha funestato il mondo occidentale per cinque anni e che lo ha cambiato radicalmente. Alcuni dei maggiori compositori del novecento compongono per Wittgenstein: Britten, Hindemith, Prokofiev, Richard Strauss, ma nessuno dei loro brani si impone con tanta forza nel repertorio come quello che gli scrive proprio Ravel tra il ’29 e il ’30 su sua richiesta: un ambizioso concerto per pianoforte e orchestra per la sola mano sinistra. Wittgenstein è perplesso e si prende certe libertà che a Ravel non vanno giù: apporta modifiche, si appropria di alcuni temi orchestrali, mitiga l’ispirazione jazz che innerva il pezzo. Ravel va su tutte le furie e taglia i ponti con Wittgenstein. Il pianista viene convinto a tornare sui suoi passi e si arriva a una pacificazione; anni dopo ammetterà che gli ci era voluto del tempo per entrare in quella grande opera, che il concerto di Ravel inizialmente non l’aveva entusiasmato e che non aveva mai imparato a fingere.

Due storie di guerra e di crisi con esiti di straordinaria bellezza. Due ascolti imperdibili per chi ama la musica, pieni di leggerezza e di energia.

Mauro Masiero