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NOVE curiosità, Nove riflessioni su Beethoven

Dicembre 15, 2020

Written by Roberta.Amusart

Nove piccoli racconti, nove riflessioni per analizzare insieme le diverse sfaccettature di uno dei maggiori compositori della storia.

1. I tre Ludwig
Traumi e inquietudini

Johann van Beethoven, papà di Ludwig, è tenore e musicista alla corte dell’arcivescovo di Bonn. Personalità disturbata, patologicamente alcolista, capace di attimi di depressione ed eccessi di brutalità, sottopone il figlio a continue vessazioni. Non di rado Ludwig è costretto a trattare con la polizia per evitare che venga arrestato e ad andarlo a cercare con i fratelli a tarda notte per riportarlo a casa privo di sensi. Il vero modello del piccolo Ludwig è il nonno, di cui porta il nome, maestro di cappella presso la stessa corte e diretto superiore del padre.
Per tutta la vita Beethoven ambisce a un posto di simile prestigio ed espone il ritratto del nonno nelle case che a Vienna cambia tanto di frequente. Un’infanzia difficile, appena addolcita da una madre avara di affetto e dal carattere ombroso: si dice non sorridesse mai. Alla situazione di prevaricazione e violenza domestica si aggiunge un particolare destabilizzante: nell’aprile del 1770 alla coppia era nato un figlio, Ludwig Maria, morto a pochi giorni di vita.
Beethoven adulto è restio a parlare della sua infanzia. Rifiuta di parlare del padre, si ostina a non credere all’atto della municipalità di Bonn che lo vuole battezzato il 17 dicembre 1770; non fa nulla per smentire pettegolezzi che lo vogliono figlio del re di Prussia e pare convinto di essere nato nel ’72. In quello che forse è il suo primo Lied, indirizzato a un lattante – An einen Säugling, WoO 108 –, Ludwig dodicenne esordisce con: «Ancora non sai di chi sei figlio».

2. Beethoven illuminato
Ragione, forma e libertà… ma senza esagerare

1789: l’Europa delle corti ha un sussulto. A Parigi nobiltà e clero vengono spazzati via e iniziano a saltare le teste. Nei teatri e nei giornali tedeschi si parla di «progresso attraverso la Ragione» e di abbattere la tirannia. Non si intende sovvertire l’ordine aristocratico, ma si sognano sovrani illuminati. Proliferano infatti le associazioni massoniche, di cui fa parte anche Christian Gottlob Neefe, mentore del giovane Beethoven. Neefe arriva a Bonn da Lipsia – ultima tappa della vita terrena di Bach – e porta nel baule una copia del suo Clavicembalo ben temperato. Si compiace di come il suo allievo lo suoni con energia e precisione, mandandolo presto a memoria: la razionalità di questo autentico trattato in musica è una delle pietre miliari della formazione di Beethoven e ben si sposa con quel che sta succedendo a Vienna.
Il vecchio Haydn è di passaggio per Bonn, ascolta Beethoven e accetta di buon grado di prenderlo tra i suoi allievi. Dalle sue mani, gli scrive conte Waldstein che lo finanzia, deve ricevere lo spirito di Mozart. A novembre del ’92 è nella capitale della musica, pronto a far proprio quello stile classico che, in pochi anni, sottopone a uno stress-test tale da portarlo quasi alla disgregazione.
È in questo contesto il suo esordio nel bel mondo della musica colta viennese con i sei quartetti op. 18, dedicati a «papà Haydn», ma anche con la sonata Pathétique (op. 13, 1897).

3. «Una selvaggia fantasia di enormi dimensioni»
È musica questa?

1802: Medita addirittura il suicidio, Beethoven, conscio dell’irreversibilità di quella che i medici chiamano ipoacusia, che negli anni degenera in sordità. È straziante il “testamento di Heiligenstadt”: «Parlate più forte, sono sordo!» scrive, e pare di sentirlo gridare, gli occhi madidi. Beethoven ha però un sussulto, e dal fondo della disperazione emerge verso una nuova via. La bella forma classica, tutta equilibrio e contenutezza, modellata su Haydn e Mozart non gli basta più, ed ecco che la amplia a dismisura e la porta a intravedere i suoi limiti, facendone un contenitore di cose mai udite prima. La terza sinfonia (Eroica, op. 55, 1803) è ispirata all’energia e all’ambizione incontenibili di Napoleone, salvo tragici ripensamenti. La sonata dedicata al suo mecenate Waldstein (op. 53) spinge all’estremo le possibilità tecniche del pianoforte e irradia gioia di vivere e di scrivere. I tre quartetti dedicati all’ambasciatore russo conte Razumovskij (op. 59) si presentano al contempo come uno sberleffo e un’esaltazione del genere colto per eccellenza: forma dilatata a dismisura (durano più del doppio della media di un quartetto di Haydn), autentico eroismo strumentale richiesto ai quattro solisti, inserimento di elementi a-musicali. C’è da saltare sulla sedia.

4. Sordità e lavoro.
Come diavolo ha fatto?

Per un musicista la sordità è la morte. Beethoven virtualmente si uccide con il testamento di Heiligenstadt e contestualmente lancia la sua rinascita da eroe. La sordità, almeno sino al 1817, non è totale, ma l’udito è definitivamente compromesso. Paradossalmente questo sembra dargli l’energia per portare sempre più avanti la sua attività. Nel 1803 inizia un decennio febbrile in cui ogni energia è riversata nella composizione: nascono sei sinfonie (dalla Terza all’Ottava), cinque quartetti d’archi, i due ultimi – colossali – concerti per pianoforte e orchestra, il triplo concerto, la fantasia corale (prodromo della Nona) e una quantità di sonate per pianoforte tra le più emozionanti: Waldstein, Appassionata, Gli addii.  Un compositore di rado ha bisogno di sentire per creare musica: Bach non scrive mai allo strumento; Mozart neppure: le cose gli fluiscono dalla penna. Gli strumenti sono solo… degli strumenti, non sono la musica. Questa sta nella testa e a Beethoven occorre un gran lavoro per darle forma e metterla su carta. Da ragazzo si è abituato a uno studio rigoroso e a un lavoro assiduo sulla materia musicale, di cui l’ispirazione – che immancabilmente annota su un taccuino tascabile – non è che la prima scintilla. Beethoven padroneggia le leggi dell’armonia e del ritmo, i timbri e la tecnica di ogni strumento; il resto è lavoro intellettuale e sforzo titanico di realizzare l’impossibile.

5. Papapa paa.
L’officina di Cagliostro

Lo conosciamo tutti questo “papapa paa”: l’incipit della Quinta Sinfonia. Per le orecchie che l’hanno ascoltata per la prima volta è stato uno shock. Frastuono, colpi primordiali, assenza manifesta e ostentata di melodia. Ed è tutto vero. Solitamente una sinfonia apre con tema riconoscibile e mediamente cantabile; la Quinta no. Questa molecola musicale scarna e primitiva è l’esempio perfetto del lavoro di Beethoven, che la scompone e la plasma sino a ricavarne il materiale che gli serve per costruire un intero organismo. Provate a farci caso: quante volte la sentite ricomparire nel corso della Quinta? In quali forme? Prorompente e protagonista, sommessa e in secondo piano, dubbiosa, trionfale… e siamo solo nel primo movimento. Poi? Ricompare anche nel secondo tempo, stavolta come una reminiscenza terribile che viene a turbare un vagheggiare sereno. Nel terzo torna addirittura a gridare con la voce squarciata degli ottoni, e nel quarto partecipa al trionfo generale nella chiarezza degli archi enel fragore marziale di corni e nei timpani. Beethoven lavora così: come un alchimista che dà vita a un universo in una capsula di coltura.

6. Amata Immortale
Amori impossibili e un suggerimento di lettura.

Maynard Solomon è un musicologo e psicanalista che nel 1977 ha scritto una delle biografie di più complete, interessanti e – cosa non scontata – di piacevole lettura: “Beethoven. La vita, l’opera, il romanzo familiare”.  Solomon indaga le pieghe degli avvenimenti biografici attraverso testimonianze, documenti e lettere per consegnarci un’immagine densa di contraddizioni, debolezze, complessità caratteriali. Un Beethoven a tutto tondo, insomma, indagato con la lente del più rigoroso metodo scientifico e raccontato con il gusto narrativo del romanziere.
Straordinariamente dettagliata è l’indagine condotta sull’enigmatica figura dell’Amata Immortale, degna di Sherlock Holmes. Quante congetture si sono sovrapposte, nel tentativo di identificarla! Una quantità di nomi e di interpretazioni astratte, su cui Solomon, al centro geometrico del suo libro, sembra mettervi la parola fine, incrociando lettere, registri di polizia, di alberghi, poste e stazioni termali. L’Amata Immortale non è la musica, come a volte si è letto, ma una donna in carne e ossa, con nome e cognome.

7. Altra morte, altra rinascita.
Un periodo buio

Intorno al 1812 il mondo di Beethoven va a catafascio: amori fallimentari, sordità irreversibile, diaspora dei protettori, pesante svalutazione della moneta e conseguente dissesto finanziario. Iniziano cinque lunghi anni di silenzio, impensabile per chi di mestiere fa il compositore, che corrispondono al punto più basso della sua figura di artista e di uomo: Beethoven disprezza sé stesso, non si rade, beve e frequenta prostitute; inizia l’angosciante diatriba legale per l’affido del nipote Karl, che culminerà col tentativo di quest’ultimo di spararsi alla tempia. Beethoven riacquista fiducia e creatività intorno al 1817 e i suoi ultimi dieci anni di vita saranno straordinariamente produttivi: ormai completamente sordo, torna grande con la sonata Hammerklavier, la Missa Solemnis, la Nona Sinfonia e si spinge nei territori musicali più impensabili con gli ultimi quattro quartetti. Qui è capace di picchi di lirismo struggente (il finale dell’op. 132, per esempio), di terribili asprezze (Grande Fuga, op. 134) e di molto altro ancora.

8. La guerra (?) dei mondi
Tiepolo, Tartini, Beethoven.

Il 1770 sembra un anno-simbolo del confine tra due epoche: a Bonn nasce Beethoven e a Madrid muore Giambattista Tiepolo, in grande pittore capace di dar vita ai sogni gloriosi dell’ancien régime. Quando suo figlio Giandomenico dipinge per il suo esclusivo piacere quegli inquietanti pulcinella danzanti ed ebbri, Beethoven pubblica la sonata Patetica.
Sono due mondi che si stringono la mano: il vecchio prende commiato e il nuovo avanza.  Ma non si verifica una cesura netta, e Beethoven, con la sua formazione eclettica e lo stile personale che sviluppa, ne è la prova.
Sempre in quel 1770 muore a Padova Giuseppe Tartini, protagonista assente in un breve racconto di ETA Hoffmann, che vede in lui, in quel primo ottocento carico di tensioni pre-romantiche, una delle espressioni più irraggiungibili del potere sconvolgente della musica.

9. Il riso di Falstaff
Coincidenze? Così deve essere!

Quanto è affascinante pensare all’ultima fase della vita di un artista? L’ultimo Tiziano che, malato di peste, scarabocchia con le dita la sua tela sepolcrale; l’ultimo Bach, cieco e impiegato nelle più alte elucubrazioni musicali; l’ultimo Mozart ancora giovane e malato alle prese con una messa da morto, l’ultimo Beethoven. Già; l’ultimo Beethoven, quello dei quartetti estremi, ricordate? Il commiato di Beethoven dal mondo avviene con la risata grottesca del quartetto op. 135, ma si tratta di un capriccio della Storia: Beethoven aveva un sacco di progetti in cantiere. Il caso ha voluto che le sue ultime parole musicali sono affidate al genere della sua giovinezza, il quartetto, che si conclude però con una fuga, il cui tema è uno dei suoi recitativi strumentali, ma ironico e bonariamente rassegnato, attribuibile tanto ad alte reminiscenze kantiane quanto alle pretese salariali della domestica: «Dev’essere così? Così dev’essere!». Un altro capriccio della storia vorrà che un altro grande vecchio, Giuseppe Verdi, concluda la sua carriera con una fuga beffarda in bocca a un personaggio shakespeariano, che – guarda il caso – era anche il soprannome che Beethoven aveva affibbiato al corpulento violinista del suo quartetto. Ecco, Falstaff: tutto il mondo è burla.

Mauro Masiero

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