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Pillole di Bach. Curiosità da mangiare.

Marzo 21, 2021

Written by Roberta.Amusart

Otto pillole da mangiare, in un sol boccone o una alla volta. Una pillola al giorno toglie il medico di torno? Ci togliamo sicuramente qualche curiosità su Bach.

1. Un uomo con due compleanni.
E li merita tutti.
Ma quand’è nato Bach? 21 o 31 marzo? Per via di un capriccio della storia ci sentiamo autorizzati a festeggiare il suo compleanno dal 21 al 31 marzo. Siamo pazzi? Bella scoperta. Ma c’è del metodo; vediamo. Quando il piccolo Sebastian vede la luce è il 21 marzo del 1685. Il luogo è Eisenach, una cittadina nel cuore boschivo della Germania: la Turingia, che è un po’ la sua Umbria. In queste zone la Riforma Protestante l’hanno presa parecchio sul serio; un secolo prima si sono scannati per le conseguenze di questa rivoluzione culturale. Tanto è radicale l’identità luterana che ci si rifiuta di aderire alle decisioni del papa, la cui autorità non è riconosciuta. Ma manca ancora un passaggio alla nostra storia strampalata, per cui occorre fare un balzo indietro.

Roma: Pasqua del 1582. Ci si accorge che fa un po’ caldino. Di questo passo, tocca fare la grigliata di Pasquetta in costume, sconveniente per una corte cardinalizia. Qualcosa non quadra; vien fuori che l’antico calendario giuliano, quello di Giulio Cesare, accumula ogni anno qualche minuto di ritardo, che nei secoli sono diventati ben dieci giorni. Solstizi ed equinozi non tornano più, occorre una riforma. Si interpellano le migliori menti dell’Europa cattolica, si elaborano i calcoli più raffinati ma…

Papa Gregorio XIII cala l’asso e – forte del dogma cattolico del «io so io e voi nun siete un cxxxx» – piglia la penna e cancella dieci giorni dalla storia; in quel 1582, a giovedì 4 ottobre segue venerdì 14 ottobre. È la nascita del calendario gregoriano, che il mondo occidentale sta ancora usando. La Germania lo accetta solo dal 1700, quando elimina quei fatidici dieci giorni.

Bach quindi nasce il 21 marzo giuliano 1685, quando nella maggior parte dei paesi europei è il 31 marzo. E così ci sentiamo autorizzati a festeggiarlo per una decina di giorni. Auguri!

2. Una donna in chiesa

Secondo un’interpretazione ortodossa di un passo biblico, la donna non può far sentire la sua voce in pubblico, e quindi non può nemmeno cantare in una funzione liturgica. Per questa ragione le voci femminili sono state a lungo bandite nel canto sacro, tanto in area cattolica, quanto in area protestante. Come si faceva, quindi? Ci si arrangiava. A volte con i castrati, soprattutto nei paesi cattolici, a volte con falsettisti – uomini capaci di destreggiarsi nel registro acuto grazie a una particolare tecnica vocale, ma senza operazioni chirurgiche –, a volte con voci bianche. Le voci bianche erano la soluzione più comoda ed economica: si istruivano al canto i bambini delle scuole, ma il loro timbro non poteva certo eguagliare quello femminile, tantomeno la loro agilità, potenza e consapevolezza musicale. Son pur sempre bambini, povere creature.
Anche Bach si deve essere misurato spesso con questi problemi, e un bel giorno decide – tanto per cambiare – di fare di testa sua. A Bach interessa non poco la buona riuscita della sua musica: è il suo lavoro, e ci tiene che venga rispettato. Scrive una bellissima parte di soprano, non ci sta che venga sciupata da un coro di bambini o da qualche falsettista stridulo. E così fa salire nella cantoria una cantante vera, una donna, la sua seconda cugina Maria Barbara. La cosa non tarda a destare scandalo ed entrambi si beccano una sonora lavata di capo. Maria Barbara di lì a poco diventa sua moglie, ma la fine del loro matrimonio sarà tragica. Ve lo raccontiamo in un’altra pillola.

3. Bach al fresco
Non so stare con te, ma neanche senza di te

Credeteci o no: Johann Sebastian Bach è stato al gabbio. Appena un mesetto e senza aver commesso chissà quale reato, però c’è stato. Le cose sono andate più o meno così: è l’inizio di novembre del 1717, Bach si trova a Weimar e lavora per il duca Wilhelm Ernst, il quale lo considera proprietà della sua corte, poco più di una lampada o di una scrivania. Bach è un giovane ambizioso: ha 32 anni, una moglie, quattro figli e una certa considerazione del suo lavoro e del suo valore come artista. Non è un uomo modesto, e abbiamo ragione di credere che non fosse nemmeno un campione di simpatia e bonomia. Tra lui e il duca non corre buon sangue. Bach se ne vuole andare, il boss lo considera roba sua, non lo molla e lo sbatte dentro.

La detenzione si protrae per poco più di tre settimane. Cos’abbia fatto e pensato Bach in quei giorni non lo sapremo mai. Possiamo immaginare che abbia inveito senza troppo garbo contro Sua Grazia, che si sia fatto portare candele, inchiostro e carta da musica per mettere giù due note e ammazzare il tempo, per scrivere alla moglie e ai parenti, che si sia lamentato del rancio e della temperatura in cella… chi lo sa. A inizio dicembre di quel disastroso 1717 comunque, Bach prende la via per Cöthen, meta successiva e brillante della sua carriera, che vedrà l’exploit dei suoi capolavori strumentali, tra cui i Concerti Brandeburghesi.

4. Prestigio e libertà
Perché brandeburghesi?

La piccola corte di Cöthen deve sembrare un’oasi di serenità a Sebastian Bach, quando vi arriva. Il principe si chiama Leopold; di musica se ne intende davvero e vuole circondarsi dei musicisti migliori. Qui Bach raggiunge il grado più alto della gerarchia dei mestieri musicali dell’epoca: quello di maestro di cappella, sovrintendente delle attività musicali dell’intera corte. Certo, Cöthen è piccola e periferica, ma «meglio primo qui che secondo a Roma» deve aver pensato. C’è un aspetto da osservare con attenzione: Leopold è calvinista, e il Calvinismo proibisce una musica sacra troppo elaborata.

Bach sino ad allora aveva composto cose grandiose per la Chiesa, ma ora è dispensato da questi obblighi e può dedicare tutta la sua attenzione e tutta la sua energia creativa alla musica puramente strumentale. Risalgono a questo felice quinquennio a Cöthen, infatti, la maggior parte dei capolavori strumentali di Bach: le suite per violoncello, le sonate e partite per violino solo, le sonate per cembalo e violino, il Clavicembalo ben temperato, la musica per liuto, le suite orchestrali e i sei Concerti Brandeburghesi. Già; i Brandeburghesi. Il nome è decisamente antipatico e pretenzioso, ma Bach li aveva chiamati semplicemente Concerti con più strumenti; quello sono, del resto. La dedica va al principe elettore del Brandeburgo, che pare non se ne sia curato particolarmente, e data 24 marzo 1721. Sono probabilmente l’apice del concerto barocco e prodoTto di una vena creativa inesauribile. Abbiamo capito perché “brandeburghesi”, ma perché “concerti”? Vediamo.

5. Il concerto
Un genere alla moda

“Concerto” è una parola strana. Noi siamo abituati ad “andare a un concerto” nel senso di andare a sentire della musica. Ci sono state epoche in cui non si andava a sentire la musica al concerto; la musica si ascoltava nelle cerimonie pubbliche, in quelle religiose, nelle feste. Ogni occasione aveva la sua musica. Sarebbe stato impensabile andarsi a sedere in una sala nella penombra e ascoltare, per esempio, un Requiem senza un morto da piangere. Se oggi andiamo a un concerto di musica del passato, poi, potremmo ascoltare un “concerto”, ed ecco che la parola assume un significato più preciso: quello cioè di un genere di musica per molti strumenti, spesso con un solista che dialoga con loro. All’epoca di Bach il concerto era un genere alla moda.
A inizio Settecento viene portato a perfezione da Corelli a Roma e a Venezia Vivaldi spopola con i suoi concerti solistici. Avete presente le Quattro Stagioni? Ecco, sono quattro concerti. Riconoscere un concerto è facile: ci sono tre (talvolta quattro) movimenti o tempi, cioè tre episodi di carattere contrastante: uno veloce, uno lento e un altro veloce. Mentre è a Weimar, Bach trascrive per sé e per il duca una quindicina di concerti di Vivaldi. Li studia, li rielabora, ne fa qualcosa di nuovo. A Cöthen, poi, con un’orchestra di fenomeni a sua disposizione, Bach dirà l’ultima parola sul concerto barocco con i suoi sei Concerti Brandeburghesi, autentico lusso sonoro.

6. Lutto
Un dolore inaspettato

Un’esperienza atroce tocca a Bach nell’estate del 1720. Succede che il principe Leopold, suo datore di lavoro, vuol trascorrere qualche settimana alle terme e, come di consueto, parte con tutto il suo séguito, ivi compreso il compositore di corte, suo buon amico. I viaggi di una corte durano svariate settimane e movimentano decine di persone. Bach segue il suo datore di lavoro ai bagni termali e la moglie Maria Barbara rimane a badare alla casa e alla famiglia. Dopo quasi due mesi, al suo ritorno a Cöthen, Bach trova la moglie già morta e sepolta, senza averne avuta notizia nel corso della sua assenza da casa. Il loro secondogenito Carl Philipp Emanuel dirà che si era trattata di una morte del tutto inaspettata e traumatica per la famiglia. A noi rimane soltanto la glaciale annotazione della municipalità che riporta le spese sostenute per la sepoltura.

Pare che Bach amasse teneramente la prima moglie e che la notizia lo abbia sconvolto. Esistono teorie secondo cui la grandiosa Chaconne che chiude la seconda partita per violino solo, uno dei brani più estremi nella Storia della musica, sia in realtà un omaggio alla moglie defunta, un tombeau e una meditazione in musica sulla morte, sulla memoria della moglie, sull’imprevedibilità del destino cui è soggetto l’uomo.

7. Bach e i suoi venti figli
Un uomo produttivo

Quanti figli ha avuto Bach? Facciamo un rapido conto. Maria Barbara, la prima moglie – che era anche sua cugina di secondo grado – gli ha dato sette figli, di cui solo quattro arrivati all’età adulta. Anna Magdalena – la seconda moglie, sposata un anno dopo la morte di Maria Barbara – gliene dà altri tredici, di cui soltanto sei sopravvivono all’età infantile. Non ci deve stupire troppo tanta produttività, per molte ragioni. Anzitutto appare chiaro che la mortalità infantile a inizio Settecento è una tragica evenienza, tutt’altro che remota; per fare una media spietata, Bach perde un figlio su due.

Bach inoltre aderisce in maniera decisa e vigorosa alla Chiesa protestante; la produttività nel lavoro e nella famiglia è un valore ben visto dall’operosa borghesia luterana, nonché un modo per dedicare la propria opera a Dio. Ogni figlio è un dono di Dio all’uomo, futuro membro attivo della comunità, che in tal modo si autoalimenta.

Poter contare su famiglia vasta e ramificata, poi, comporta indiscutibili vantaggi, tra cui punti d’appoggio in varie città, sostegni nel corso della vecchiaia e manodopera domestica a bassissimo costo: moglie e figli imparano le basi della musica e aiutano il babbo come copisti, ma anche come coristi e strumentisti alla bisogna. Bach è orgoglioso del fatto di poter costituire una vera e propria orchestra tra le mura domestiche soltanto con i membri del suo nucleo familiare.

8. Bach fuori dagli stereotipi
Parlare di J.S. Bach

Sulla musica classica circolano una quantità di luoghi comuni; molti riguardano proprio Bach, percepito come un compositore cervellotico, meccanico, freddo e chi più ne ha più ne metta. Manco a dirlo: sono tutte balle o, per essere più diplomatici, visioni ristrette di una figura sfaccettata. Bach fatica a entrare nelle consuetudini di ascolto dei normali appassionati di musica – tranne alcune felici eccezioni – anche perché vittima di stereotipi e di una comunicazione maldestra. Tutta la carriera di Bach è improntata al perfezionamento della sua arte, con una consapevolezza artistica che guida le sue scelte.

La Passione secondo Matteo, le Variazioni Goldberg, le Sonate e Partite per Violino, i Concerti Brandeburghesi sono scatole delle meraviglie che perlopiù rischiano di restare serrate. Basterebbe appena schiuderle e dare una sbirciatina dentro per aver voglia di spalancarle e godersi appieno il contenuto. Il nastro da pacchi con cui sono chiuse è tosto, fatto di pregiudizi e chiusura mentale; la lama per tagliarlo è la curiosità. Noi siamo fortunati: possiamo avere accesso con estrema facilità alle migliori interpretazioni. Dal canto nostro, vi facciamo dare giusto una sbirciatina nella scatola dei Brandeburghesi attraverso i nostri podcast.

di MAURO MASIERO

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