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Il Concorso Internazionale Carlo Maria Giulini, promosso dal Conservatorio Claudio Monteverdi di Bolzano, è un esempio da seguire per chi guarda al futuro e vuole proteggere le opportunità dei giovani talenti.

In un periodo in cui abbiamo ancora paura a relazionarci, i teatri restano serrati e si minacciano chiusure a cadenza settimanale, la realizzazione del Concorso Internazionale Carlo Maria Giulini è acqua dissetante nel deserto delle iniziative a favore dei giovani cresciute durante il lockdown. Ne hanno il merito il vice-direttore del Conservatorio Marco Bronzi, sostenuto dalla visione del direttore Giacomo Fornari, praticamente due guerrieri nella trincea della musica, parafrasando Piero Farulli, che non si sono mai arresi, nemmeno quando Bolzano minacciava di restare zona rossa a tempo indeterminato.

Grazie a loro, il 19 e 20 febbraio scorsi, si è svolta la prima edizione della categoria solisti di un concorso intitolato ad uno dei grandi artisti del ‘900, direttore d’orchestra illuminato e uomo di regalità d’animo unica, Carlo Maria Giulini, che destinò un lascito al Conservatorio dove iniziò i suoi studi dedicato proprio ad un concorso per giovani strumentisti. Generosità finita in ottime mani visti i premi in denaro ma anche le esenzioni dalle tasse di iscrizione per i vincitori con una linea definita di percorso accademico-formativo e quindi di crescita. Il sostegno poi della Provincia Autonoma di Bolzano, della Città di Bolzano e della Fondazione Cassa di Risparmio (Stiftung Südtiroler Sparkasse) hanno aggiunto la partecipazione istituzionale che è riconoscimento di valore.

La modalità di fruizione tramite la loro pagina Facebook, ha dato una risonanza social preziosa non solo per il periodo, ma proprio per quella mira di implementazione digitale e coinvolgimento che sono e saranno le pietre miliari sulla quali si costruirà il futuro delle giovani generazioni.

Sono felice di aver fatto parte con Amusart di questo progetto disegnandone il logo e curandone social media e graphic design perché si tratta di un apripista importante e che ha tutti i requisiti per diventare uno dei grandi concorsi internazionali.

Appuntamento in primavera per la sezione di musica da camera insieme a tante sorprese e soprattutto tanti nuovi talenti che sbocciano!

Tiziana Tentoni

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Sentivamo l’esigenza di un nuovo social, sì, ci scappava proprio. Non abbastanza l’assetto editoriale di Facebook, la spontaneità di Instagram, la vivacità di Tik Tok, l’essenzialità di Twitter, la professionalità di LinkedIn e la popolarità di YouTube. No era forte l’impellenza di un social vocale e solo per invito: Clubhouse.

La prima volta che ne ho sentito parlare era circa un mese fa: questo sistema in cui SOLO SE TI INVITANO puoi accedere ammetto che, seppur figlio delle più semplicistiche strategie di marketing, mi ha molto incuriosita. Quando poi l’iscrizione è stata confermata ed è apparso Appena qualcuno ti farà entrare ti avviseremo, manco ci ho pensato due volte, chiusa la app, arrivederci. Non passa neanche mezza giornata e trionfante il messaggio che CE L’AVEVO FATTA! Ero dentro Clubhouse perché non so chi mi aveva sbloccato l’accesso: mi sbrigo ad aggiornare il curriculum con il notizione ed entro.

Di persone che conoscevo zero, una grafica molto basic e un preoccupante Start a Room in basso, grande e verde. Per paura di sfiorarlo per caso e trovarmi dentro a non so cosa, ho preso il telefono dai lati, allontanando i polpastrelli come se scottasse e mi sono seduta respirando lentamente. Poi prendo il coraggio e entro in una stanza denominata Clubhouse Italia che mi sembrava la meno pericolosa. Le stanze sono composte da moderatori, speaker e ascoltatori, in un clima tra radio e baracchino effetto vintage. La cosa bella è che, per i primi due giorni, in qualsiasi stanza entrassi, anche fosse chiamata Riflessioni sulla filosofia del diritto di Hegel, era tutto un Oh, ma come funziona sto social, ma se faccio una room poi come faccio ad uscire. Insomma, sembrava di stare come quando entri nella prima stanza buia della casa del terrore al Luna Park che non sai cosa aspettarti e per non fartela addosso dalla paura fai le battute a voce alta, uguale.

Poi, man mano, invece si è svelato. Si tratta di parlare e ascoltare, unirsi a stanze che, ora, iniziano ad avere argomenti definiti e anche una certa regolarità, confrontandosi con professionisti, personaggi TV, politici, ma anche molti giovani alle prime esperienze lavorative oltre che artisti, giornalisti, manager uniti da una netiquette che poco a poco si cristallizza. Tutti hanno facoltà di parlare ed intervenire nelle discussioni, alzando una manina virtuale e potendo andar via senza salutare ma educatamente in silenzio, quindi niente Beh volevo salutarvi tutti, semmai domani mi ricollego: non ce ne frega niente, fai il leave quietly e lasciaci andare avanti. Insomma, niente convenevoli, solo argomenti. Non ci sono post, commenti, niente.

Ad ora, Clubhouse è un social democratico perché dà a tutti la possibilità di intervenire ma solo a chi ha davvero qualcosa da dire dà poi l’opportunità di arricchirsi di contatti, di esperienza e di consigli che arrivano da storie diverse. Una delle mie prime room (la prima room non si scorda mai) aveva come argomento Musica classica e digitale e mi sono ritrovata con persone che non conoscevo, se non qualcuna di nome, a condividere informazioni, sensazioni, consigli.

Insomma, vi consiglio di farvi un giro finché resta così, siamo tutti un po’ ospiti e ancora ci muoviamo piano per non fare rumore. E poi sono pochissimi i professionisti di musica classica e invece molte ed interessanti le room sulla situazione della cultura: e non è obbligatorio intervenire, si può anche solo ascoltare, come un Podcast a più voci. È tutto da esplorare, da creare e visto che non sono i social a fare il contenuto ma siamo noi, si può provare ad avere un’occasione di confronto ulteriore e senz’alto più concreta rispetto qualsiasi altro social.

Vi aspetto dunque nella mia prossima room che si chiamerà Quelli che fischiano e il cane torna: irresistibile, no?

Tiziana Tentoni

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Sabato mattina mi sono svegliata presto. Quando voglio farlo, vado a dormire lasciando gli scuri aperti così che la luce entri progressiva, accompagnando con gentilezza il risveglio. Niente di eroico, anzi direi tutto piuttosto banale: il caffè immediatamente a risolvere la situazione, i cani agitati dal suono del guinzaglio, acqua, croccantini e si esce. L’aria è inebriante, ti fa venire voglia di chiudere gli occhi e concederti al sole tiepido. Solo che devo guidare quindi gli occhi li tengo aperti e abbaiando eccitati ce ne andiamo al lago.

È il primo weekend giallo, colore che per osmosi adesso ci proietta in una percezione di libertà. Ovviamente a quell’ora al lago non c’è nessuno, salvo qualche ragazzo che sta iniziando a sistemare i tavoli del casale che oggi riapre ai commensali. È tutto lento, denso, la mascherina non serve perché sono praticamente sola in mezzo a ettari di terreno. Quindi decido di respirare, una cosa semplice, e mentre respiro penso che questo è il luogo dove nell’estate di due anni fa avevo deciso di fondare un festival. È stato come quando rivedi un uomo che hai amato e ti rendi conto di amarlo ancora, anzi, ancora di più. E sai che, comunque vada, quel sentimento non andrà perso, sarà il figlio tanto desiderato, nato dalla lontananza, dall’assenza e dal silenzio.

Riparto da qui.

Dall’assenza che esploderà nella presenza, dalla lontananza che muterà in abbraccio, dal silenzio che si specchierà nella musica. Una lunga primavera ci separa dal momento in cui potremo nuovamente condividere il calore delle persone, la complicità degli applausi e la gioia di un concerto: non si torna più indietro, ogni giorno ci avvicina a quel momento.

Per questo dobbiamo farci trovare pronti, non fermarci e ripensare lo spettacolo dal vivo perché sia un’esperienza diversa, frutto anche della consapevolezza che abbiamo tante soluzioni e che possiamo usarle proprio tutte per fare innamorarci ancora, ancora di più, della musica e dei musicisti.

E mentre respiravo e pensavo a tutto questo, sentivo forte la sensazione che il peggio è passato e che siamo pronti finalmente a costruire perché ormai tutto è stato demolito. Non un giorno dovrà passare senza fare, creare, progettare, realizzare.

Guardo di fronte a me e vedo i cani in lontananza che nel frattempo hanno raggiunto la riva, vedo i rami del pesco impazienti di gemmare, vedo l’erba che si gode gli ultimi momenti prima di essere tagliata, vedo la criniera di un cavallo scomporsi nel vento.

Se scrivo vedo le caprette che fanno ciao chiamate il 118 che è grave.

Tiziana Tentoni

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Vorrei provare a leggere l’argomento Festival di Sanremo in un’ottica più fredda e meno nascosta dietro la coltre di polemiche inopportune su musica di serie A e musica di serie B che si sono inanellate attraverso i social negli ultimi giorni.

Il senso per cui i teatri sono chiusi risiede non nella difficoltà di monitorare le persone che ci lavorano dentro e, forse, neanche nella presenza di un pubblico sparuto, innocuo se distanziato, disinfettato e provvisto di mascherina. Quello che impensierisce è l’aumento degli spostamenti che possono incentivare i contagi, con tutte le conseguenze che sappiamo. Questa non è una preoccupazione irrilevante, è un rischio reale.

Credevamo che l’esperienza dell’estate avesse insegnato un minimo di buon senso: e invece, non appena il giallo è diventano colore dominante della penisola, abbiamo visto di nuovo riempirsi spazi e piazze, nella quasi totale sottovalutazione di quello che una terza ondata e un altro lockdown provocherebbe a livello sanitario, sociale ed economico. Non si tratta di demonizzare, è una constatazione.

La cosa che preoccupa di più dello svolgimento di un Festival così popolare e seguito, non sta nel pubblico o nei figuranti in sala (è stato definito che non può essere considerato uno studio televisivo, con figuranti ammessi per DPCM in quanto elemento coreografico, perché l’Ariston è un teatro, quindi giustamente chiuso al pubblico come tutti gli altri): la criticità sta proprio nel pubblico di fan, passanti, appassionati che sarà inevitabile si riversi nelle vicinanze del teatro o degli hotel in cui soggiornano gli artisti: salvo che non si blindi militarmente Sanremo e i suoi accessi, cosa che vedo altamente infattibile e comunque fuori luogo. Che fanno, minacciano di arresto un fan di Bugo? Del resto anche il Comitato Tecnico Scientifico ha ancora grandi dubbi.

Allora mi chiedo perché questo festival non si possa spostare a dopo l’estate, quando non dico che i teatri si potranno riaffollare interamente, ma almeno la vaccinazione sarà progredita e saremo più protetti: e tutti, tutti, gli spettacoli man mano si riapproprieranno di quella dimensione di condivisione, vicinanza, elevazione spirituale ed intrattenimento che gli è propria e che, tra l’altro, vedrebbe anche gli sponsor beneficiarne, visto che la percezione positiva è grande arma di persuasione alla partecipazione.

Insomma, proviamo anche a ragionare in termini diversi da Mozart è meglio di Orietta Berti perché si entra nella sfera emotiva e personale del pubblico che, secondo me, va sempre e comunque rispettato. Usciamo dal ginepraio del giudizio: che poi è lo stesso che ci fa ribollire il sangue quando sentiamo qualcuno che apostrofa la musica classica come noiosa. La musica è un bene comune sì, ma personale, intimo: ha a che fare con le esperienze, con i ricordi, con la memoria del passato, con gli affetti più profondi.

Se il Festival di Sanremo deve essere rimandato, non è perché ci sono i Måneskin, invece che le sinfonie di Schumann: ma perché dobbiamo uscire dall’emergenza sanitaria per ritornare a riaccogliere il pubblico in sala in totale sicurezza.

È un atto di coscienza, doloroso ma rispettoso della vita: nostra e degli altri.

Tiziana Tentoni

Sono mesi in cui abbiamo sempre qualcosa da attendere: che riaprano i teatri, che cambi il DPCM, che arrivino i ristori, che si definisca il FUS, che arrivino i vaccini.

Ora, siccome non bastava, oggi siamo tutti in una bolla attendendo, ancora, di sapere se il governo cadrà. Dopo, qualunque sia il risultato, di nuovo attesa: che si facciano le elezioni, che si capisca se lo streaming può essere rendicontato come spesa ammissibile, che ricominci l’attività dal vivo.

Qualsiasi cosa ferma, crea tensione: provate a mettere una mano semplicemente appoggiata ad un tavolo e a tenerla ferma. Basteranno pochi minuti perché si crei un irrigidimento muscolare, evitabile solo rimettendola in movimento.

Non stare fermi è uno stato mentale, ancora più che fisico: e solo così si può annientare l’attesa, facendo. Dalle cose più piccole e quotidiane, ai progetti lavorativi: allenarsi al fare, per combattere l’aspettare.

Ecco perché, ormai da mesi, non attendo più nulla: non c’è tempo per aspettare soluzioni da altri, bisogna crearle. E non lo dico perché questo sia semplice da fare ma solo perché non abbiamo alternativa.

Dice il saggio: La via del fare è l’essere. Io non so cosa sia la via del fare, ma certamente non è aspettare.

Tiziana Tentoni
18 gennaio 2020

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