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Sul revival dell’opera del primo Settecento. L'esempio di Vivaldi.

Vi è mai capitato di appisolarvi a teatro perché, nonostante tutta la buona volontà, un’opera proprio non vi passa mai?


A me sì. E mica una volta sola. Una particolarmente grave fu un paio di anni fa durante un’opera di Antonio Vivaldi. E la cosa mi ha suscitato disagi e riflessioni che vorrei provare ad analizzare.

Vorrei appunto riflettere sul revival dell’opera del primo Settecento. È da qualche decennio che ci si è messi di buzzo buono a riscoprire il melodramma del primo Settecento, riportando alla ribalta alcuni presunti capolavori perduti. Si tratta però, a mio avviso, di un revival parziale. Perché? Prendiamola un po’ alla larga: occorre riassumere per sommi capi cos’è l’opera del primo settecento, dal momento che la sensibilità comune tende a considerare qualsiasi musica scritta in un passato più o meno distinto come musica d’arte, musica classica, elevandola quindi automaticamente allo status di capolavoro. Ebbene, in molti casi così non è.

Fatemi raccontare giusto un po’ di storia (poca, lo prometto); del resto è il mio lavoro. All’alba del Seicento nasce il melodramma come siamo abituati a concepirlo: una vicenda perlopiù amorosa, in cui dei signori sul palco cantano anziché parlare. Lo spettacolo più assurdo, improbabile e costoso che esista, che da quattrocent’anni ci fa battere il cuore. Bene.

Nel Seicento l’opera è un ferro incandescente, che alcune decine di fabbri modellano con una certa libertà. A fine secolo si hanno delle macchine scenico-drammatico-musicali astruse e complesse, tanto che negli anni si decide di mettere ordine. Ecco che si apre il secolo delle riforme, quel Settecento in cui si è imparato a lavorare efficacemente il ferro rovente che si diceva e si passa alla produzione industriale.

Se dal 1637 il melodramma è il business che ci è familiare, nel Settecento un teatro rende molto più di un centinaio di ettari di terra coltivata. Non si contano le opere che, stagione dopo stagione, sfornano i teatri in questo secolo; siamo nell’ordine delle decine di migliaia. Conosciamo una discreta parte dei libretti, non conosciamo la maggior parte della musica. Questo è normale: l’opera in questo periodo è un bene di consumo, tradizionalmente – e a ragione – paragonata al cinema: tra le migliaia di film sfornati dall’industria cinematografica negli ultimi, poniamo, settant’anni, non tutti sono capolavori di Kubrick, e nessuno si aspetterebbe di trovare nelle sale un film dell’anno precedente. Il nostro Vivaldi vive e lavora in questo contesto.

Ai suoi tempi l’opera è prima di tutto un intrattenimento sociale. Si va all’opera per incontrarsi, per giocare a scacchi o a carte (il gioco d’azzardo in molti casi sostenta l’impresa teatrale), per sfoggiare il proprio abito migliore, per godere del racconto di una storia perlopiù d’amore e sì, anche per ascoltare della musica. Ma non c’è il buio in sala, e nessuno si sarebbe sognato di fare sssst! col ditino davanti alla bocca o di fulminare il vicino che applaude al termine della sua aria preferita. Al contrario: le opere di questo periodo sono messe insieme in modo da terminare una scena con un applauso – o con dei fischi, perché no –, anche per permettere ai tecnici di approntare una diversa scenografia, o alla prossima diva di dare gli ultimi ritocchi a trucco e parrucco ed entrare in scena.
Il teatro d’opera nel Settecento è insomma molto più agile e informale di quanto l’inamidato Ottocento ce l’abbia consegnato.

Com’è fatto un melodramma nel primo Settecento, mediamente?

La vicenda procede con un’alternanza di recitativi e arie. I primi mandano avanti l’azione; le seconde la bloccano e consentono al personaggio di esprimere uno stato d’animo. Queste possono anche provenire da altre opere, anche di altri autori: l’operazione, in questo caso, si chiama pasticcio ed è all’ordine del giorno. Consideriamo inoltre che i cantanti – le strapagate superstar che muovevano il business – potevano richiedere di inserire i loro cavalli di battaglia, anche se composti da altri o presenti in altre opere. I recitativi invece vengono solitamente trascurati e composti alla chetichella, giusto per incollare alla bell’e meglio due arie – magari non pensate per stare nella stessa opera – e per dare una parvenza di consequenzialità all’intreccio.

Un teatro duttile, insomma, spesso non dotato di pretese artistiche e non concepito per travalicare le generazioni e per consegnare ai posteri un capolavoro immortale. Ci sono naturalmente delle felici eccezioni, opere di compositori con un particolare talento drammaturgico e musicale; ma per un lavoro eccezionale dobbiamo considerarne centinaia di mediocri. Vivaldi non è certo una pietra miliare nella storia dell’opera; il fatto che abbia scritto meravigliosa musica strumentale non significa che lo debba essere stato. La lunga, romanzesca riscoperta di Vivaldi si trasforma talvolta in vivaldite.

E dunque: ha senso riproporre questo tipo di opera nello stesso modo in cui si fruisce il teatro di Verdi, Wagner e Puccini?

Diamo per assodato che la società non vive più il teatro d’opera come nel Settecento, dato che gli intrattenimenti oggi sono molteplici – e il teatro è forse tra quelli meno gettonati dai grandi numeri per il divertimento serale – e che ricreare le condizioni sociali del teatro settecentesco è impossibile: non siamo gli stessi di trecento anni fa. E allora? Una risposta, naturalmente, non ce l’ho; al massimo qualche suggerimento banale: prendere il buono che c’è anche in queste opere, per gli appassionati di voci godersi gli infiniti e atletici gorgheggi dei cantanti, considerarle per il loro valore documentario e bla bla.

Di una cosa però sono ragionevolmente convinto: non sentiamoci troppo in colpa se durante l’ennesimo recitativo o durante l’ennesimo ritornello in un’aria di un’opera di Vivaldi ci scappa una fugace ronfata.

Mauro Masiero

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C’è un grande fuori fuoco sull’affaire Fedez-Rai. Vogliamo riflettere su una parola? Sistema.


La questione della telefonata Fedez-Rai ci induce ad una riflessione. Qui non si tratta di beatificare un rapper e stigmatizzare tout court il servizio pubblico televisivo: la parola che fa paura, qui, è Sistema.

Quella che viene pronunciata, se avete ascoltato la telefonata integrale come ho fatto io, dal capo-struttura del progetto e autore Rai Massimo Cinque, di fronte ad una vice-direttrice di Rai 3 Ilaria Capitani che lascia passare la frase e ad un direttore artistico dell’evento Massimo Bonelli che non sa, comprensibilmente, che pesci prendere visto che, dice, ci sono delle posizioni Cgil Cisl Uil e Rai a cui, dice, deve rendere conto.

Ora, facciamo finta che dall’altra parte del telefono non ci sia un rapper e imprenditore ma che ci sia una qualsiasi altra persona: non gli viene proibito di dire, come afferma sia la Capitani della Rai che Fedez stesso che parla di tentativo e che infatti alla fine ha detto esattamente ciò che voleva.

Ma l’aria di affermazioni come Non è opportuno, Dobbiamo rendere conto, È un sistema, Non è un contesto giusto,
scusate ma a me fa venire la pelle d’oca.

Proviamo ad uscire dalla tentazione dei facili attacchi a Fedez, e chiediamoci invece quante volte ognuno di noi ha avuto quella sensazione di impotenza dell’essere manipolato e gestito da un sistema più alto.

Durante il lockdown, i miei post erano letti dalle istituzioni o persone che criticavo e conseguenti mi arrivavano amorevoli suggerimenti, interni e interessati, di non espormi: nel mio piccolo, me ne sono sbattuta e ho continuato a scrivere.

Quindi, invece che soltanto formare le squadre Fedez e Rai, proviamo a riflettere su cosa ognuno di noi possa fare ogni giorno per scardinare sistemi: e facciamolo.

Tiziana Tentoni

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Con la giornata mondiale della terra abbiamo riflettuto. Riflettuto sulla responsabilità individuale.
E dato che ci occupiamo di musica ci è sembrato doveroso ragionare anche sull’impatto ambientale che essa può avere sull’ambiente.

Si è parlato molto dell’inquinamento causato dalle migliaia di persone che assistono ai grandi concerti rock. Per fortuna ultimamente, grazie alla sensibilità di alcuni artisti, si è iniziata una strada, ancora molto lunga da percorrere, verso una maggiore sostenibilità di alcuni eventi.

Non pensiamo però che gli spettacoli, i concerti nei teatri, i piccoli festival non abbiano un impatto ambientale.

Vogliamo calcolare le migliaia di biglietti che vengono stampate nei botteghini?

Per non parlare delle ormai inutili brochure plastificate che finiscono per terra o nei cestini sbagliati.
E le bottigliette e i bicchieri di plastica venduti nei bar dei foyer del teatro?
Vogliamo continuare?

Certo, ora verrebbe da dire. Ma con la crisi che stiamo attraversando non possiamo permetterci di investire soldi in altro. Eppure le soluzioni potrebbero non richiedere un grande investimento e sono a portata di mano.

Non vi sembra un paradosso che possono convivere i QR Code e gli Smartphone con la dicitura, veramente old fashion, “STAMPA QUESTO BIGLIETTO” e presentalo al botteghino?

Anche qui il digitale ci potrebbe dare una mano senza spendere un capitale, anzi, direi che si potrebbe risparmiare in carta, inchiostro e soldi.

Vogliamo ragionare insieme su cosa si potrebbe fare?

Noi abbiamo pensato a cinque semplicissime abitudini che potrebbero essere adottate già dalle prime riaperture.

Perché sapete che c’è tutto un mondo là fuori, vostro potenziale pubblico, che è molto sensibile alla questione ambientale? Questo pubblico aumenterà e vi sceglierà perché siete differenti e diciamolo, pure più fichi!

Curate l’ambiente e fate la differenza, conviene anche a voi!

Roberta Capotondi
Communication Manager e Social Media Coordinator

Leggi anche Il Giorno della Terra, celebriamolo con la musica.

Il giorno della terra. Italia, anni '20 del terzo millennio.
Sono colei che la domenica mattina si incanta su documentari naturalistici immaginando cosa avrebbe potuto fare come biologa marina (nuotare con le balene?!) oppure decidendo se iscriversi a un corso di arrampicata per appendersi bene a quelle rocce che ogni geologo che si rispetti, come la sottoscritta - se pur non praticante - , ama (perché non mi basta camminarci sopra!)


Per 365 giorni all’anno, ed oggi più che mai, tutto ruota intorno a loro, i 4 elementi da cui dipendiamo:
ARIA, ACQUA, TERRA e FUOCO.


Ed oggi celebro loro e il nostro pianeta, facendomi accompagnare da Claude Debussy e i suoi preludi.

ARIA
Penso a Le vent dans la plaine o a Ce qu'a vu le vent d’Ouest e subito corro veloce insieme al vento sulle pianure. Nel mio immaginario un vento che, pur quando portatore di tempeste, è purificatore e fa danzare le nuvole creando mille forme - grigie, bianche, infuocate - che noi leggiamo come illusioni familiari.


ACQUA
Penso a La cathédrale engloutie, uno dei miei preludi preferiti. Immagino l’acqua che inghiottisce la città (Claude pensava anche al nostro futuro nel mettere in musica la leggenda bretone della città di YS?) e al fatto che l’acqua è magica e con lei non si scherza, mai!

TERRA
Penso a Bruyères e immagino di camminare in paesaggi malinconicamente bellissimi, sconfinati, a toccare le rocce con mano ma anche ad assaporarle (sì, perché la superficie delle rocce racconta molto ai geologi, o perché camminando capita di trovarsi faccia a terra, pur non avendolo calcolato!). Oppure, anche se siamo ormai in primavera, mi immagino come unico segnale umano nel candore di un paesaggio innevato, due passi sulla neve - Des pas sur la neige -, senza però alcun velo di tristezza, solo silenzio carico di forza.


FUOCO 
Penso a Feux d’artifice e immagino un giorno di festa che termina con i fuochi artificiali, magari quelli meravigliosi elaborati da Gandalf e, dato che ci siamo tuffati nella Terra di Mezzo, celebro il Monte Fato, alla fine il vero protagonista, l’unico in grado di mettere fine al male sciogliendo nelle sue viscere un piccolo anello capace di corrompere l’animo degli uomini!E la mente va al vero regno del fuoco, il vulcano che ha rapito il mio cuore in quest’ultimo mese: Islanda, anno 2021 Fagradalsfjall. 
E non posso prendere un aereo per andarci!

Dalle fessure nella lava in via di solidificazione brilla il fuoco terrestre, l’energia primordiale che sgorga dalle viscere a ricordarci che siamo solo di passaggio, mentre il nostro pianeta si trasforma, diventando talvolta ostile nei nostri confronti, ma sicuramente senza preoccuparsene, perché siamo noi gli ospiti!
Così la musica di Debussy, i suoi geniali preludi, accompagna queste parole mentre le scrivo, accarezza  i sentimenti di ammirazione nei confronti della natura che celebriamo oggi nell’Earth Day.


Ma non sarei pienamente io se non affiancassi al percorso musicale classico piccole deviazioni a tema.Ed ecco Neil Young: Oh Mother Earth, with your fields of green, once more laid down by the hungry hand. How long can you give and not receive? 


E chi non ha mai ascoltato Earth Song di Michael Jackson?I used to dream, I used to glance beyond the stars. Now I don't know where we are.

E poi prendiamoci una serata per guardare e ascoltare Into the Wild, film stupendo di Sean Penn con una colonna sonora perfetta (da fan dei Pearl Jam e di Eddie Vedder sono di parte, lo so), ed impariamo che può essere meraviglioso perdersi nella natura selvaggia ma che la felicità è reale quando condivisa, e come prima cosa la dobbiamo condividere con il nostro pianeta!


Buon ascolto della Terra e della mia playlist!

Silvia Podetti
Executive Director and Artist Manager di Amusart

Un obiettivo importante quello di Alfonso Todisco: direttore d'orchestra, ricercatore, imprenditore e project manager. Una figura completa e di altissimo profilo che mira a dare risalto alla sua attività concertistica ma anche alle tante iniziative intraprese con successo.

Il primo passo è la costruzione di un'immagine web e digital, partendo da una visual identity e da una brand identity che rimandino all'armonia delle forme artistiche e all'identificazione nel segno. Si passa poi alla scelta di selezionati elementi visuali e concettuali da armonizzare in un website moderno, dalle linee essenziali, che trova nell'elemento visivo il nodo funzionale e con un focus specifico sul suo progetto di punta: l'Artemus Ensemble.

Qui alcune immagini del servizio fotografico realizzato in studio
insieme ad una simpatica ed elegante compagna vintage di tutto rilievo: Madame Chesterfield Queen Anne Turquoise.

Un'azione mirata poi di digital press office completa la costruzione del collocamento web e digital finalizzato alla promozione e al raggiungimento di nuovi e sempre più prestigiosi incarichi. Per Alfonso realizzeremo quindi anche una campagna di email marketing profilata.

La cura dei dettagli è fondamentale in questa fase. Durante la costruzione di una Visual deve venire fuori quel piccolo particolare che farà la differenza. E la farà.

L'immagine diventa comunicazione intensa di musica, traguardi, sfide ed eccellenza, per sublimare l'attività concertistica e promuovere con successo i nuovi progetti: questo il concept base dello sviluppo della digital strategy di Amusart per Alfonso Todisco.

Nascere e crescere in una famiglia di musicisti

Nascere e crescere in una famiglia di musicisti, nonno, papà e sorella,  non è cosa facile soprattutto perché da parte di tutti c’è la strana convinzione che solo per questo “tu sai di musica classica”.

Attenzione, questo non significa che io sia totalmente disinteressata all’argomento, o che non abbia il mio personale bagaglio musicale, semplicemente la musica classica la conosco e l’ho sempre vissuta a modo mio.

Come si chiama la sigla di Quark che mi piace tanto?

“Titti come si chiama la sigla di Quark che mi piace tanto?”. L’aria sulla quarta corda di Bach l’ho scoperta in quell’esatto momento e devo ammettere che è stata in più di un’occasione un elemento di vanto nei confronti di chi, come me, ne ha sempre attribuito la paternità all’immenso Piero Angela.

Per non parlare di quando una sera ascoltando la Nona Sinfonia di Beethoven sono saltata sulla poltrona pensando “ma questa è Arancia Meccanica!”. Sarebbe impossibile descrivere lo sguardo di rassegnazione di mio padre e mia sorella ormai abituati alle mie “citazioni d’autore”, ma ho sempre apprezzato la loro instancabile volontà di spiegarmi che semmai era Kubrick ad aver attinto da Ludwig e non il contrario.

Amo incondizionatamente la marcia di Radetzky. Non credo ci sia momento più coinvolgente e adrenalinico di quando al Concerto di Capodanno il pubblico riprende miracolosamente vita alzandosi per battere le mani a tempo (o quasi), con lo stesso guizzo felino con cui la mattina ci catapultiamo giù dal letto in ritardo per non aver sentito la sveglia.

Beethoven e la febbre del sabato sera

Irresistibile è l’arrangiamento in versione “disco” della Quinta Sinfonia di Beethoven, trionfante per l’ingresso al 2001 Odyssey di Tony Manero.  Sono convinta che se non fosse per un ovvio problema cronologico, molti “straclassici” come me, inciampando nell’ascolto di questa sinfonia penserebbero: “però, figo anche questo arrangiamento più lento”

E chi almeno per una volta da bambino non ha immaginato di salvare il mondo o combattere contro un nemico immaginario saltando sul letto e cantando a gran voce “pappaparappappa papparappappa pappaaaaa”! Ecco, io credo che canticchiare Wagner con tanto di mantello e spada sia un lusso concesso solo agli inconsapevoli perché totalmente privi di senso critico per il capolavoro che stanno dissacrando.

Ma c’è un episodio che ha definitivamente consacrato il mio rapporto controverso con la musica classica. Avevo 10 anni e precipitai in un sonno profondo durante l’esecuzione de “L’Uccello di Fuoco”, accompagnata dolcemente dalla dirompente progressione di timpani, grancassa e piatti.

Mi svegliai solo alla fine del concerto, evidentemente disturbata dagli applausi, e ricordo le parole di mia madre: “Dai Rugiada alzati, andiamo a casa a dormire”.

Signori, questo si chiama talento.

Rugiada Tentoni
PRODUCTION MANAGER
CO-FOUNDER di AMUSART

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Viviamo in questo mondo per imparare ed illuminarci l’un l’altro.
Wolfgang Amadeus Mozart
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